La Repubblica - 22 maggio 2021

Quadrino: "Le parole che curano la vita" di Francesca Bolino
da La Repubblica del 22 maggio 2021

Silvana Quadrino psicoterapeuta della famiglia e fondatrice della scuola "counselling change" insegna a medici, infermieri, insegnanti e genitori a comunicare, usando la parola che, ci racconta "può essere uno strumento di cura". E questa è la sua storia.


«Sono nata a Brusasco nel 1944, i miei genitori erano sfollati lì da Torino. Avevo un fratello, si chiamava Marino, è mancato molti anni fa. Mia madre, Dina, era un'impiegata. Mio padre Guido, dopo aver lavorato nella pubblica amministrazione è diventato un fiscalista, quello che oggi chiamiamo commercialista».

E dopo la Liberazione, tornati in città, dove siete andati ad abitare?

«In corso Francia 11. Le elementari le ho fatte alla Vittorio Alfieri. L'infanzia è stato un periodo piuttosto complicato. Non avevo amiche…».

E perché?

«Mio padre era arrivato a Torino, da Sarno, nel salernitano, nel 1920. Quindicesimo figlio, era cresciuto in una famiglia piuttosto numerosa e con tutte le caratteristiche di un'educazione ottocentesca e patriarcale. E poi, appena possibile, alcuni dei suoi fratelli erano andati in America, lui e altri sono venuti qui. Quella degli anni Venti è stata una migrazione particolare, ci si muoveva dal Sud per lavorare nella pubblica amministrazione. Ed io, in quanto figlia di un immigrato, non ho avuto una vita facile…».

Cosa le è successo?

«Non venivo invitata dalle mie compagne di classe. Mai una merenda, o una passeggiata al parco. Oggi le persone ridono quando racconto che non so andare in bicicletta, ma mio padre non mi ha mai insegnato, non potevo uscire di casa, non voleva che comprassi i libri… perché "chissà cosa ci trova dentro una bambina, quali strane idee le vengono in mente", diceva. Mentre mio fratello, essendo maschio, aveva a disposizione la libreria di casa, ma non leggeva».

Beh, che rabbia!

«Esatto. È questa l'emozione che ricordo. Non sono mai stata triste, piuttosto, direi, incazzata. E ho sempre pensato che me la sarei dovuta cavare da sola, anziché sprecare il tempo ad arrabbiarmi con gli altri. Ma le incazzature restano. Infatti ho costruito il mio percorso professionale intorno alla lotta per le diseguaglianze. La mia vita è stata una battaglia per superare i limiti ingiusti».

Dove ha continuato gli studi?

«Dalle suore al Faà di Bruno, mentre mio fratello dai salesiani. Ma per la mentalità ottocentesca di mio padre e aggiungo, meridionale, mi sarei dovuta fermare alla quinta elementare e restare a casa con mia madre. Ero pur sempre la figlia femmina!».

E invece cosa è successo?

«Che le suore hanno sgridato mio padre, dicendogli che una fanciulla così talentuosa doveva continuare a studiare. Lui ha ubbidito e ho potuto fare le medie. Il problema però si sarebbe ripresentato presto…».

Eh già, dopo le medie.

«Ah! Ho iniziato a ribellarmi. Inscenavo vere e proprie crisi. Urlavo, mi dimenavo. Se allora ci fossero stati gli psicologi, io sarei finita dritta dritta in terapia». (Sorride).

Ed è riuscita ad ottenere qualcosa?

«Sì, ho fatto le magistrali. Non che rappresentassero una vera opportunità formativa. Meglio di niente però. E poi mi sono iscritta a Magistero. Tra i compagni di studio, c'era Fiorenzo Alfieri. Che ricordi! In questi anni ho avuto grandi maestri: il professor Francesco De Bartolomeis, il padre della pedagogia italiana. Grazie a lui ho appreso come l'insegnamento può colmare le distanze sociali, andavamo a fare pratica nelle scuole di periferia. Ho scoperto la Scuola Attiva, la pedagogia esperienziale e la metodologia didattica. E poi ho studiato letteratura francese con Mauro Bonfantini che mi ha fatto amare Baudelaire e Proust, italiano con Ettore Bonora e filosofia con Carlo Mazzantini. Insomma mi si è aperto un mondo e sono entrata in contatto con la vera cultura».

E quando si è laureata?

«Nel 1966, ero tra le più giovani laureate italiane. Avevo anche un lavoro sicuro: facevo le supplenze annuali alle scuole medie. Ero quasi una prof… Ma poi…».

E' arrivato l'amore?

(Sorride). «Eh sì. Avevo conosciuto qualche anno prima Paolo, studiava ingegneria. Ci siamo poi sposati nel '67. Lui era entrato alla Fiat, in quegli anni l'azienda trasferiva spesso gli ingegneri in altre sedi e così siamo andati a Roma. Sono arrivate due bambine: Chiara nel '69 e Laura nel '72. Può immaginarsi: sempre sola con due bambine piccole e non lavoravo. È stato un momento difficile».

Come lo ha superato?

«Per fortuna e quasi per caso, avevo scoperto, che Angiola Massucco Costa teneva il primo corso di specializzazione postuniversitaria in Psicologia a Torino. L'ho seguito, andando su e giù e nel '71 sono ufficialmente diventata una psicologa. E non eravamo in molti in Italia! In seguito, ci siamo spostati a Milano. Qui è andata meglio rispetto a Roma: ho iniziato a scrivere prefazioni a libri per ragazzi per la casa editrice Fratelli Fabbri e mi è stata affidata una rubrica su Donna Moderna intitolata "Il parere della psicologa"».

E quando siete rientrati a Torino?

«Nel '74 e siamo andati in via Principi d'Acaia. A quel punto ho vinto il concorso per l'insegnamento e dunque avevo un posto fisso. Ma ovviamente, da brava ragazza "ribelle" quale ero, mi sono infilata in tutt'altra vicenda, abbandonando così la sicurezza».

Cosa ha fatto?

«In quegli anni il Comune stava formando le prime équipe di neuropsichiatria sul territorio. Cercavano psicologi strutturati ed io, insieme ad altri dieci, ero tra coloro, avendo frequentato la scuola della Massucco Costa. E così ho lasciato l'insegnamento per un lavoro precario e sottopagato. Ma a me piaceva tanto, era tutto da inventare, un mondo in costruzione. Ma poi nel '76 mio marito è stato trasferito negli Stati Uniti per un anno. E siamo ripartiti».

E la sua vita è cambiata di nuovo.

«Sì, è stata un'esperienza importante. Mentre mio marito era al lavoro e le bimbe a scuola, ho frequentato corsi, lezioni e seminari, ho visitato centri di salute mentale e ho scoperto la terapia della famiglia. E poi, ad un convegno, ho conosciuto Mara Palazzoli Selvini che è poi diventata la mia maestra: negli anni '60 insieme a Stefano Cirillo e Dante Ghezzi, nomi importanti per la psicoterapia italiana, aveva aperto una scuola a Milano».

Quale era il loro approccio?

«Avevano studiato e promosso in tutto il mondo la psicoterapia come trattamento non solo dei disturbi nevrotici, ma anche dell'anoressia e dei più gravi disturbi psichiatrici, prima come terapia individuale, poi con un nuovo metodo che richiedeva la collaborazione della famiglia. E, ovviamente, tornata in Italia mi sono iscritta a questa scuola e, nel 1980, sono diventata psicoterapeuta della famiglia».

Ed è iniziata una nuova avventura.

«Sì, ma ho incontrato molte difficoltà. Avevo maturato la convinzione che la psicoterapia non potesse essere la prima e l'unica risposta ai segnali di disagio di un bambino o di un adulto. E così mi sono scontrata con il sistema. Ho ricevuto molti ordini di servizio che mi diffidavano dal fare colloqui con i genitori dei bambini in terapia. L'assessore alla Sanità del Piemonte mi aveva proposto di lavorare all'area formazione ed educazione sanitaria, ho accettato ma non è andata bene, perché quel metodo era guardato con sospetto. Ed è in questi anni che ho incontrato Giorgio Bert, medico, docente di Semeiotica Medica all'Università che si stava occupando di formazione alla relazione medico-paziente. Insieme abbiamo ragionato su come impostare un nuovo modello di intervento, ed è nato il counselling sistemico».

Ci spiega meglio?

«È un intervento basato su competenze comunicative e relazionali di alto livello che ogni professionista della relazione di cura deve saper utilizzare con chi si rivolge a lui e con la sua famiglia. Per diffondere questo modello di intervento e per formare professionisti capaci di utilizzarlo ho fondato nel 1989 l'Istituto Change che da allora ha sviluppato e perfezionato il metodo inziale, che oggi definiamo sistemico-narrativo. In breve, come la parola può essere strumento di cura. Con Giorgio Bert è stata un'unione professionale ma anche privata…". Insomma, ci siamo innamorati».

Ah, dunque è rientrato in scena l'amore!

(Sorride). «Sì, il matrimonio con Paolo pian piano si era spento e nell'82 io e Giorgio siamo andati a vivere insieme a Pecetto nella casa dove siamo ancora oggi».

E l'attività continua?

«Certo. Nel 2011 abbiamo anche fondato Slow Medicine una rete di idee in movimento, nata dall'incontro di persone che si riconoscono nella ricerca di una cura più sobria e più rispettosa. Già nel 1982 avevamo conosciuto ArciGola e con Carlo Petrini e abbiamo condiviso i primi passi di Slow Food. Carlo è una delle persone che sento ideologicamente più vicine».

Rimorsi o rimpianti?

«Mah, non ne ho. Sono contenta delle mie scelte e delle mie battaglie!».

Facciamo un gioco. Mi fa un identikit del torinese?

(Ride). «Mah, intanto di sabaudi veri ce ne sono pochi. E comunque "Esageruma nen", rappresenta davvero l'identità del torinese. Non osano troppo. Io comunque, nonostante tutto, sono fiera del mio meticciato, orgogliosa delle mie origini meridionali».


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